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LA HABANA di Giorgio Della Casa

Data evento:

15 Marzo 2024
In presenza
In negozio
PHOTOFACTORY Via Cecchi 13 - Genova

PhotofactoryArt

è lieta di presentare il libro

LA HABANA

FOTOGRAFIE DA UNA CITTA’ CHE RICAMBIA LO SGUARDO

Venerdì 15 Marzo 2024, ore 18:00

Via Antonio Cecchi 13 – Genova

Nell’occasione verrà inaugurata l’omonima mostra fotografica dal 15 al 23 marzo 2024.

 

PARLA CON LEI

 

L’emozione che ho vissuto a Cuba, non la so,

non posso sapere quale strada seguirà dentro di me. […]

Diventerà freschezza di visione, intelligenza di felicità. Andrà dove vuole,

Marguerite Duras

 

Nel 1986, con una mostra del fotografo cubano Constantino Arias, la Fototeca de Cuba, a La Havana, avviava la sua lunga e prestigiosa programmazione culturale.

In quasi quarant’anni di attività, gli sforzi della Fototeca sono stati profusi sia nella  valorizzazione e nella conservazione del patrimonio fotografico nazionale, sia nella considerazione della fotografia occidentale con cui Cuba ha un rapporto e un credito tuttora aperti.

Occorre premettere che Cuba vanta una tradizione storico-fotografica di tutto rispetto, con nomi tra cui, oltre al già citato Arias, compaiono, limitandosi a pochi esempi: Alberto Korda, autore del celeberrimo ritratto del Che Guerrillero Heroico; Raùl Corrales Fornos, componente di spicco dell’UNEAC – Union de Escritores y Artista de Cuba; Osvaldo Salas, rientrato dagli USA per supportare e documentare gli ideali rivoluzionari.

Tuttavia, è necessario ricordare quanto l’eco della  Revolución  abbia attirato anche fotografi e registi provenienti da Paesi lontani, basti citare, Henri Cartier-Bresson, Marc Riboud, René Burri o Marguerite Duras. E non si può al contempo tacere quanto, troppo spesso, proprio l’occidente abbia guardato alla pagina rivoluzionaria – non essendo più capace né di attuarla né almeno di sognarla – con un occhio svilente, riducendola a una rappresentazione smerciata a uso e consumo capitalistico.

Sarebbe superficiale e scorretto, di conseguenza, approcciare qualsivoglia lavoro fotografico d’ambientazione cubana, isolandolo da una complessa storia di scambi che ha radici profonde e propaggini giunte geograficamente e culturalmente fino a noi.

La Havana. Fotografie da una città che ricambia lo sguardo, di Giorgio Dellacasa, dunque, non può sottrarsi ai ragionamenti fino a qui sintetizzati.

Intanto, è bene fugare il dubbio principale: l’autore, appassionato fotografo, sì, ma prima di tutto viaggiatore, attraversa il mondo con rispetto e senza alcuna presunzione di superiorità. Pur facendo i conti con un’iconografia consolidata, egli non trascende mai nella patinatura artistico-esotista o – peggio – nella trattazione stereotipata, all’uopo pelosa o voyeuristica, della povertà, dell’infanzia o del corpo femminile.

Certo, inserendosi in un filone fotografico ampiamente praticato, ha modelli e generi di riferimento, evitando però di aderirvi con passività.

Le immagini di Giorgio Dellacasa, figlie della seconda generazione di fotografi occidentali approdata sull’isola tra la fine del secolo scorso e i giorni nostri, fra cui Martin Parr e soprattutto Alex Webb, sembrerebbero inscriversi a pieno titolo nella street photography. Sembrerebbero: il condizionale è d’obbligo ed è dovuto a quell’istinto da viaggiatore autentico che muove l’essere umano alla comprensione e all’inclusione, rifuggendo invece ogni forma di predazione, inclusa la predazione visiva di cui sovente è pervasa la fotografia di strada.

Nei brevi testi autografi che corredano il libro e lo trasformano idealmente in una sorta di taccuino illustrato, leggiamo infatti: l’intenzione di creare una reciprocità con i soggetti; la capacità di chiedere permesso; l’umiltà di restare sulla soglia o farsi da parte, se necessario. Propositi che trovano conferma nelle immagini e ci consentono di entrare  in maniera non invasiva negli ambienti nevralgici e periferici della capitale.

In sostanza, Giorgio Dellacasa non parla di La Havana, parla con La Havana.

E – a partire dal titolo, in cui compare il verbo  ricambiare  – davvero di conversazione e non di monologo si tratta, con tutte le sfumature che, applicate alla grammatica fotografica,  rimandano a un colloquio amicale.

Le luci morbide o filtrate addolciscono i toni, aprendosi all’intimità; le ampie e taglienti zone d’ombra segnano forse un silenzio impenetrabile, stabilendo un limite alla nostra saccenza; la vicinanza o la distanza con i soggetti, nonché i loro gesti, misurano lo spazio d’interlocuzione, ammettendo diversi gradi di confidenza. Ancora, poiché presenti in varie immagini: le quinte o le «inquadrature naturali», come le definiva Luigi Ghirri, oltre a dirigere lo sguardo, di nuovo funzionano da elementi discorsivi, introducendo brevi ma acuti incisi al dialogo. Una tale vivacità lessicale finisce fatalmente e felicemente per coinvolgere l’osservatore, al pari della città e dell’autore.

La fotografia, se riuscita, è maggiormente propensa a sollevare domande anziché fornire risposte e queste fotografie si prestano appunto a essere interrogate e a interrogarci. Pagina dopo pagina, esse ci chiedono se nello sguardo che La Havana sa ricambiare, noi siamo in grado non solo di riconoscere gli altri, ma di rivedere noi stessi negli altri, ciò che siamo diventati o che saremmo potuti essere.

In definitiva, passando dalle immagini all’immaginazione, il lavoro di Giorgio Dellacasa ci invita a rintracciare, con la sua stessa sincerità, gli elementi che accomunano la lunga e inquieta vicenda umana, a dispetto di ogni distanza ideologica e longitudinale.

 

Laura Manione, dicembre 2023